Quattro pagine di giornale (dicasi quattro) per raccontare le "storie incrociate" di Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi non s’erano mai viste. L’impresa, immortalata sul "Foglio" di ieri, è da guinness dei primati. L’autore, Marco Ferrante, paragona i due  più importanti banchieri italiani – il presidente di Intesa Sanpaolo e quello di Mediobanca – ai duellanti di Joseph Conrad. E sostiene che la loro è una storia di competizione-collaborazione proprio come quella tra D’Hubért e Feraud, i due tenenti dell’esercito napoleonico rappresentati nel celebre romanzo dello scrittore inglese.

Aristocratico, di temperamento forte, abile stratega, posato ed elegante, il primo; solitario, senza parenti né amici, uomo d’azione votato alla guerra, il secondo: ad occhio e croce, D’Hubert potrebbe somigliare a Bazoli, Feraud potrebbe essere Geronzi; entrambi (Bazoli e Geronzi) condannati a essere "avversari, ma anche cooperatori", "sempre più vincolati l’uno all’altro a mano a mano che la storia dei loro duelli procede".

Ma se è più chiaro il merito di Bazoli (aver creato dalle ceneri del vecchio Banco Ambrosiano il primo gruppo creditizio italiano) lo è assai meno quello di Geronzi (che dopo aver costruito Capitalia l’ha ceduta a UniCredit in cambio di una sua posizione personale al vertice di Mediobanca).

La conclusione (del “Foglio”) è che Bazoli e Geronzi vivono agli antipodi. La brusca uscita di scena del governo Prodi ha privato il banchiere bresciano del suo naturale referente politico. Geronzi, invece, grazie a un misto di "tenacia, adattamento alla transizione e aggiustamenti possibili della realtà, assicura, a una larga parte della classe dirigente italiana, stabilità".

Tuttavia, pur così diversi, con culture, concezioni del mondo e visioni del potere diametralmente opposte, essi marciano verso la "pacificazione sull’asse Mediobanca-Generali".

Morale (del "Foglio"): "E’ loro dovere essere amici  agli occhi del mondo, comunicare prima o poi solennemente…che la loro vertenza si è conclusa una volta per tutte. Non una riconciliazione, che non ce n’è bisogno. Qualcosa di più vincolante, l’accordo".

Insomma, anche il mondo della finanza sta acclimatandosi all’aria di neoconsociativismo che si respira da un mese in qua. E per capire che aria tira nel Paese rinvio alla rubrica di Francesco Alberoni sul “Corriere” (del 26 maggio).

Argomenta il sociologo: “Oggi tutti chiedono sicurezza, vogliono i termovalorizzatori, trovano giusto che il capo del governo si incontri con il capo dell’opposizione, condannano i minorenni che stuprano o uccidono le adolescenti e accettano che un ministro proponga che i funzionari che non lavorano possano venir licenziati. I giornali e la televisione cominciano a descrivere oggettivamente i fatti di cronaca nera, di corruzione e di povertà senza ubriacarci con cento pareri politico-ideologici. Naturalmente ci sono personaggi – aggiunge Alberoni – che non hanno ancora capito che la società è cambiata e si comportano come quei giapponesi che, a guerra finita, continuano a combattere. Ma spariranno” (profezia che sembra alludere ai vari disturbatori della quiete pubblica che, come Marco Travaglio, osano mettere in dubbio queste verità oggettive).

Ecco, quest’aria nuova che Alberoni descrive così bene irrobustisce i banchieri come Geronzi. Non importa se si ha in sospeso qualche conto con la giustizia (e Geronzi ne ha: condanna in primo grado per bancarotta semplice nel crack Italcase, richiesta di rinvio a giudizio per estorsione nella vicenda Eurolat e processo per usura nella vicenda Ciappazzi). Alla fine, tutto si aggiusta. Abbiamo visto che fine ha fatto la proposta del governatore di Banca d’Italia, Mario Draghi, di rivedere i requisiti di onorabilità per sedere nei consigli d’amministrazione delle banche: è caduta nel vuoto.

Questo clima – dicevamo – fortifica Geronzi. I processi non lo preoccupano più di tanto. I suoi estimatori aumentano ogni giorno che passa, a destra come a sinistra. E la presidenza delle Generali, carica a cui egli aspira neanche tanto segretamente, può ben valere un accordo tombale con Bazoli. Cosa abbia da guadagnarne il Paese da una spartizione del genere è tutto un altro discorso.