La presenza dell'Eni in Congo Brazzaville nel campo degli idrocarburi non convenzionali è fonte di agitazione. Il gruppo del "cane a sei zampe, di cui è amministratore delegato Paolo Scaroni, ha sottoscritto un contratto con il ministero dell'Energia congolese per la concessione di attività di ricerca e sfruttamento di idrocarburi nelle cosiddette sabbie bituminose. Da queste gigantesche cave di sabbia e rocce che si estendono in due aree lungo quasi 1.800 chilometri quadrati a Tchikatanga, a circa un'ora da Port-Noire, l'Eni conta di estarre petrolio. L'investimento previsto per i prossimi quattro anni è di 3 miliardi di dollari. La produzione iniziale è stimata in 150 milioni di barili di greggio. L'Eni ha parlato di processi di estrazione "più compatibili con l'ambiente" definendoli "una nuova conquista". Ma associazioni come Greenpace o riviste come Nigrizia, il mensile dei padri comboniani, uno dei principali osservatori sul continente africano, lanciano l'allarme. Vi propongo un post apparso su Valori, testata promossa da Banca Etica, che riferisce della ricerca presentata della Fondazione Heinrich Boell (tedesca) dedicata in modo specifico proprio al caso Eni-Congo.