Meritano di essere lette le due pagine di informazione a pagamento della Knight Vinke apparse sul "Sole-24 Ore" del 19 gennaio 2010. La Knight Vinke è una società di gestione Usa che ha investito nell'Eni un terzo dei suoi fondi e ha proposto di recente al top management  del gruppo un piano di ristrutturazione finanziaria volto ad accrescerne il valore di mercato. La missiva che i vertici della società americana indirizzano a Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni, è interessante perché mette in discussione alcuni elementi cardine delle strategie di sviluppo della compagnia.

Secondo la Knight Vinke, l'Eni sconterebbe una forte sottovalutazione delle quotazioni di Borsa e un handicap finanziario a causa della sua natura di conglomerato energetico, attivo sia nei settori a monte (upstream), della ricerca e della produzione di idrocarburi, sia nei settori a valle (downstream) connessi  alla vendita, al trasporto, allo stoccaggio e alla distribuzione di gas naturale. Per questo le azioni dell'Eni sono trattate a sconto a Piazza Affari (con un valore di Borsa pari a 5,9 volte il suo flusso di cassa del 2009, contro una media di settore pari a 7,5 volte). Per questo la divisione Exploration & Production, che racchiude le più importanti e più redditizie attività del gruppo, era valutata nel 2008 1,6 volte il flusso di cassa, mentre le corrispondenti attività della francese Total valevano 5,6 volte. E nel 2009 la forbice s'è ulteriormente allargata. L'Eni appare peraltro sottovalutato non solo nel confronto con la Total, ma anche nei riguardi delle inglesi Bp e Bg, della statunitense Exxon e della spagnola Repsol. Con opportuni interventi di ristrutturazione, il portafoglio delle attività upstream dell'Eni, che è simile a quello delle suddette compagnie quanto a rischi geopolitici e a riserve probabili e provate, potrebbe valere, secondo la Knight Vike, tra i 65 e i 75 miliardi di euro, ossia da 6 a 7 volte il flusso di cassa del 2009.
La società di gestione Usa aggiunge che lo sconto non è imputabile alla presenza dello Stato italiano nell'azionariato della compagnia (argomentazione, questa, utilizzata dagli ultraliberisti per dimostrare quanto sia controproducente la golden share del Tesoro) per il semplice fatto che tutti i "campioni nazionali" in tutti i Paesi sono controllati dallo Stato, in modo diretto o indiretto, anche quando sono società private. Il governo francese bloccò nel 2006 la scalata dell'Enel alla Suez, che era un gruppo franco-belga a capitale privato, facendo scendere in campo l'azienda pubblica Gaz de France.  La Suez fu fusa con la Gaz de France e lo Stato ebbe il controllo della nuova società.

Per gli amministratori dell'Eni, i benefici di questa struttura d'impresa sarebbero inferiori ai costi. Il tenere uniti produzione, distribuzione e trasporto di gas conferirebbe, a loro giudizio, al gruppo un alto potere negoziale nei confronti dei Paesi produttori. E' grazie a questa sua peculiarità che l'Eni sarebbe riuscito ad acquisire in Russia (con l'Enel) quote di minoranza di alcuni giacimenti di metano nella regione dello Yamal Nenets, in Siberia occidentale. Tuttavia, secondo la Knight Vinke, l'a rgomentazione sarebbe pretestuosa per almeno due motivi. Primo, perché i contratti d'importazione di gas a lungo termine dalla Russia, rinnovati un paio d'anni fa con la Gazprom, "non sembrano aver dato all'Eni (o ai suoi clienti) molti vantaggi tanto in termini di prezzo quanto in termini di sicurezza dei rifornimenti". Secondo, perché di tali contratti "non sono mai stati resi pubblici" nei dettagli i contenuti. "In ogni caso desideriamo far notare – scrivono i capi della Knight Vinke – che il valore di queste sinergie non può essere significativo per l'insieme dell'Eni, dato che l'intera attività di gas marketing italiana vale meno del 10% del gruppo". Non solo: la stessa possibilità di investire nell'upstream, concessa dalla Russia all'Eni, è stata offerta ad altre compagnie europee quali Bp, Total e Shell che non possiedono la stessa rete di metanodotti che può vantare l'Eni, su scala sia nazionale che internazionale. Se proprio l'Eni ha un vantaggio rispetto alle altre compagnie, questo gli deriva non tanto dal controllo dei gasdotti quanto dalla leadership nelle attività d'ingegneria, dove il gruppo opera in modo diretto attraverso la Saipem, uno dei giganti mondiali del settore.
"Per convincere il mercato dell'esistenza d'un vantaggio concorrenziale degno di menzione – scrive la Knight Vinke -  l'Eni dovrebbe essere in grado di provare in maniera indiscutibile che la sua peculiare struttura le apporta qualche beneficio esclusivo, dotato di grande valore, che i suoi concorrenti upstream…non possono ottenere. E dovrebbe dimostrare che questo beneficio è duraturo".
La proposta della società americana è che l'Eni si scinda in due imprese distinte, ciascuna delle quali controllata al 30% da una holding posseduta dal Tesoro. In una dovrebbero confluire l'attuale divisione Gas & Power, il 51% di Snam Rete Gas e le attività upstream più mature, insieme alla maggior parte dell'indebitamento finanziario del gruppo; nell'altra, tutto il resto, tra cui il grosso della divisione Exploration & Production. La prima società, le cui dimensioni sarebbero additittura più grandi di quelle della tedesca E.on, potrebbe continuare a negoziare da una posizione di forza negli approvvigionamenti di gas con i grandi fornitori esteri come l'algerina Sonatrach e la russa Gazprom. L'altra, in assenza di debiti, potrebbe rilanciare  la politica di acquisizioni su scala internazionale. A quel punto il Tesoro si troverebbe a controllare, attraverso la holding, due società operative, una nelle attività a valle del gas, l'altra nell'upstream degli idrocarburi, il cui valore totale di Borsa sarebbe di molto superiore a quello attuale dell'Eni.
In alternativa a questo progetto, conclude la Knight Vinke, l'Eni potrebbe far confluire in Snam Rete Gas tutte le sue partecipazioni in attività di rete, per la maggior parte costituite da  gasdotti esteri,  creando un'unica società per le infrastrutture. Anche questo potrebbe essere un modo, meno vantaggioso del primo, ma comunque apprezzabile, per permettere agli azionisti del gruppo, tra cui lo Stato italiano, di recuperare valore per una cifra totale stimata sui 50 miliardi.
Di sicuro la vicenda non finisce qui. Resta da capire chi si agiti veramente dietro un progetto del genere, se cioè la Knight Vinke rappresenti unicamente se stessa o non sia portatrice di interessi più ampi e più forti. Le eccessive aperture dell'Eni alla Russia non sono mai piaciute alla Casa Bianca, fin dai tempi della presidenza Clinton e del gasdotto Blue Stream, il collegamento sotto il Mar Nero tra Russia e Turchia realizzato dall'Eni e da questi gestito in modo congiunto con la Gazprom. Per di più, con il graduale reinserimento della Libia nel cricuito economico occidentale, l'Eni con l'appoggio del governo italiano è oggi il principale interlocutore di Tripoli in campo energetico e ha aperto il suo azionariato alle società del colonnello Gheddafi. Senza parlare della presenza del gruppo italiano in Iran. Tutto questo ha attirato sull'attuale gestione dell'Eni i fulmini delle major statunitensi. Bisogna vedere se le manovre finanziarie della Knight Vinke non facciano parte di una più generale azione di disturbo delle compagnie americane volta a riportare l'Eni a miti consigli e a ridimensionarne le ambizioni di crescita, soprattutto in alcune aree del mondo.