Paolo Scaroni sostiene di essere completamente all'oscuro delle tangenti che la Saipem versava ad esponenti del governo algerino in cambio di commesse miliardarie. 


Nelle carte della Procura di Milano, che sta indagando sul suo conto per presunta corruzione, si fa cenno a ripetuti incontri che l'amministratore delegato dell'Eni avrebbe avuto a Parigi con l'allora ministro algerino dell'Energia Chakib Khelil e
con l'intermediario Farid Bedjaoui, il quale "si occupava di distribuire il
denaro versato da Saipem a titolo di corruzione". Ma a riferire la
notizia è un indagato, di cui i magistrati non rivelano il nome, che l'avrebbe a sua volta appresa dal direttore generale
dell'unità di Engineering & construction di Saipem, Pietro Varone,
uno dei manager iscritti nel registro degli indagati
insieme all'ex amministratore delegato della socetà di
ingegneria dell'Eni, Pietro Tali. Insomma, una notizia di seconda mano
di cui non sappiamo se esistono riscontri.

Leggiamo, invece, che il gruppo del "cane a sei zampe" riportava a
bilancio il valore totale delle intermediazioni.  A scriverlo è uno dei
migliori giornalisti d'inchiesta, Claudio Gatti, nel lungo articolo che
Il Sole-24 Ore ha pubblicato l'8 febbraio 2013 a pagina 5: "La valigia
dei misteri e i soldi dello sceicco".

Argomenta Gatti: "Quello che siamo riusciti ad accertare  è
che il 17 ottobre 2007 fu proprio Varone a firmare il contratto
d'agenzia per l'Algeria con Pearl Partner Ltd, società che aveva Farid
Bedjaoui come beneficiario economico. In caso di ottenimento da parte di
Saipem di contratti algerini per un valore inferiore al miliardo di
euro il contratto prevedeva una 'remunerazione pari al 3% del valore
totale'. Nel caso di contratti superiori al miliardo la remunerazione
sarabbe stata 'pari a 30 milioni di euro, più il 25% della porzione del
contratto superiore al miliardo'. Da allora – prosegue Gatti – su Saipem
è caduto un diluvio di contratti dall'Algeria. Nel luglio 2008 uno da
2,8 miliardi dei euro, nel marzo 2009 uno da 1,85 miliardi di dollari,
nel maggio dello stesso anno un altro da 200 milioni di euro e nel
giugno uno da 580 milioni di dollari. A questo ben di Dio di contratti
algerini sono puntualmente seguiti pagamenti di ricche commissioni che
Saipem ha bonificato a Pearl su conti bancari negli Emirati. Oltre alla
casa madre italiana, a pagare Pearl sono state anche le controllate in
Francia e Portogallo. E si calcola che il gruppo Saipem abbia trasferito
in tutto 197 milioni".

Ed ecco il passaggio più clamoroso
dell'articolo: "Tutto ufficiale. Anno dopo anno, in ogni singolo
bilancio sia di Saipem sia di Eni, è stata infatti riportata la voce
'compensi d'intermediazione'. Con tanto di cifre. Soltanto nel 2008
erano stati 155 milioni. Quindi nessun segreto". Come può Scaroni chiamarsi fuori dallo scandalo? 

Gatti chiede conto all'Eni di questo appostamento di bilancio e dal palazzo
romano dell'Eur, quartier generale della compagnia, arriva una precisazione che
il giornalista riporta fedelmente: "Per una scelta di trasparenza, Eni
pubblica nei propri bilanci i dati relativi ai compensi di
intermediazione del gruppo, ricevendo a tal fine il dato annuale
aggregato di tali compensi da parte delle controllate. Nel caso delle
società del gruppo Saipem, questa informativa contabile ovviamente non
interferisce in alcun modo con la governance e in particolare con
l'autonomia operativa e dei sistemi di controllo aziendali di Saipem che
compete a quest'ultima, in quanto società quotata".

Dunque, del problema delle intermediazioni negli affari esteri
dell'Eni si presume fossero  a conoscenza il consiglio d'amministrazione, 
il collegio sindacale e l'audit interno del gruppo. Sarebbe allora un
atto di trasparenza nei confronti del mercato, dell'opinione pubblica e
dello Stato, azionista di controllo dell'Eni, che i responsabili della
compagnia spiegassero in quali mani sono finiti questi compensi milionari.