Ridotta a un colonnino su quasi tutti i quotidiani, ingolfati dal crack di Dubai e dalle rivelazioni del pentito Spatuzza, leggiamo la notizia, diffusa ieri dal Comando provinciale della Guardia di Finanza di Milano, sulla "notifica di dodici avvisi di conclusione indagini per illeciti nella gestione dell'approvvigionamento di gas naturale". Nell'ambito dell'inchiesta – si legge nella nota un po' paludata delle Fiamme Gialle – "risultano anche indagati alcuni alti funzionari del più importante operatore di settore a livello nazionale di commercializzazione del gas naturale, oltre ad altre due imprese estere dello stesso gruppo societario, per aver omesso di presentare le dichiarazioni annuali di consumo relativo ai quantitativi di gas naturale introdotti ed estratti da alcuni gasdotti per gli anni dal 2003 al 2007". E chi è questo "importante operatore di settore a livello nazionale"? Ma che sbadati, è il gruppo Eni, il quale opera nel gas sia direttamente, attraverso la divisione Gas & Power, sia tramite la controllata Snam Rete Gas. Questa possiede la rete dei gasdotti (dove transita la produzione nazionale di metano e quella di importazione, proveniente da Russia, Algeria, Libia, Olanda e Norvegia) e provvede al "dispacciamento", al trasporto e allo stoccaggio del gas. Parliamo di un'azienda strategica, quotata in Borsa al pari dell'Eni, sottoposta alla vigilanza di un'Authority, il cui azionista di maggioranza è indirettamente lo Stato, essendo il 30% del gruppo del "cane a sei zampe" ripartito tra ministero dell'Economia e Cassa depositi e prestiti.

Insomma,  una società pubblica che opera in un settore regolato (Snam Rete Gas) e il suo azionista di maggioranza (Eni), un gigante da oltre 67 miliardi di capitalizzazione, sono accusati di aver trafficato sull'import di metano e alcuni dirigenti del gruppo risultano indagati anche per ostacolo alla vigilanza, ossia per la mancata osservanza degli "obblighi di comunicazione circa le reali movimentazioni di gas poste in essere all'Autorità per l'energia". Già questo basterebbe a scrivere, non un articolo, un istant book. Invece si sacrifica il tutto in poche righe in nome dell'emergenza finanziaria.
Per carità, l'accusa della Procura di Milano è tutta da dimostrare, e non si può escludere che i pm titolari dell'inchiesta (Letizia Mennella e Sandro Raimondi) abbiano preso un granchio colossale. Ma si può ignorare per questo una vicenda dai contorni così oscuri?

Non sono proprio spiccioli i fondi frutto della presunta evasione. Dalla ricostruzione del flussi di metano trasportati da Snam RG – scrive nella stessa nota la Guardia di Finanza – è emersa da una parte "una sottrazione complessiva all'accertamento per 20 miliardi di euro relativi a 111 miliardi di metri cubi non dichiarati di gas naturale" e dall'altra "una sottrazione al pagamento delle accise per un miliardo e mezzo di metri cubi di gas, pari a 226 milioni". Se l'accusa si domostrasse vera, l'Eni dovrebbe restituire allo Stato 20 miliardi per mancate imposte (su 111 miliardi di metri cubi di gas trasportato dal 2003 al 2007 e sottratto all'accertamento dell'Agenzia delle dogane) più altri 260 milioni. Si tratta di quatità molto ingenti se pensiamo che i consumi nazionali annui di metano sono oggi nell'ordine dei 90 miliardi di metri cubi.
Ora, si sa come vanno queste cose. Anche i soci della lussemburghese Bell, la holding che deteneva il controllo di Telecom Italia, erano stati colpiti nel 2007 da una megamulta dell'Agenzia delle entrate per un ammontare di poco inferiore a 2 miliardi. Poi, dopo il ricorso, la cifra è scesa a 156 milioni, ma parliamo comunque di una somma più che ragguardevole. Se pensiamo alle somme in gioco nel caso di  Eni-Snam, l'accoglimento da parte del giudice della tesi dell'accusa potrebbe avere, nel lungo periodo, ripercussioni pesanti sui conti del gruppo.
Particolari interessanti affiorano qua e là dal "415 bis"  sulla modalità e sugli attori della maxievasione. Per esempio, i quantitativi di gas naturale sottratti all'accertamento fiscale o alla comunicazione all'Authority, oltre che "giacenti all'interno della rete di Snam", derivavano da rapporti commerciali con due imprese estere: la compagnia petrolifera croata Ina (con cui Eni ha una partecipazione paritaria nel consorzio InAgip, che produce gas nelle acque croate dell'Adriatico) e la società slovena di Stato Geoplin. Ingenti quantitativi di metano provenienti dalla Croazia transitavano dai punti di ingresso Eni e Snam RG di Ravenna, Casalborsetti e Falconara senza alcuna informativa all'Autorità di settore. Una violazione che se fosse dimostrata sarebbe particolarmente grave. Il gruppo Eni, infatti, deve rispettare per legge una serie di tetti (volumi immessi in rete e volumi venduti non possono superare determinate soglie) per garantire la concorrenza nel settore. Venivano altresì sottratti ad accertamento fiscale flussi provenienti dal gasdotto Trasmed (non a caso un avviso di garanzia è a carico del rappresentate italiano di questa pipeline, l'algerino Mohamed Mazari Boufares, per vicende che risalgono al 2003), dal gasdotto Greenstream  (tra la Libia e l'Italia) e da alcune piattaforme Eni in Adriatico.
E ancora: nella stazione di Mazzara del Vallo, in Sicilia, che registra i flussi di gas in arrivo via Trasmed dai giacimenti algerini, " vi sono elementi primari di misura di tipo illegale". Tutta la catena di misura dell'impianto - prese di pressione, rubinetti d'intercettazione, sonde termometriche, termometri digitali, trasduttori di pressione – è "in difetto del prescitto requisito di sicurezza metrologica" secondo cui gli strumenti "debbono essere provvisti dei sugelli tali che la loro presenza tolga la possibilità di alterazioni", vale a dire di sigilli di piombo marchiati dalla Dogana. A ogni rubinetto del medesimo impianto "…era stata lasciata una certa libertà di rotazione e quindi erano tutti privi di qualsivoglia tutela". 

Ci chiediamo: che direzioni ha preso il fiume di denaro frutto della presunta maxievasione? Se fosse dimostrata l'ipotesi accusatoria, secondo cui i sistemi di misura non sarebbero stati in regola con la normativa internazionale già a partire dal 2003, ossia dalla gestione Mincato dell'Eni, bisognerebbe sapere dove sono finite queste somme. Sono rimaste nel gruppo o sono finite all'etserno? Aspettiamo di saperne di più dagli atti depositati dai due sostituti procuratori.