L’idea che si debba mantenere dentro i confini nazionali il controllo della Telecom, espressa dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, può essere condivisibile in astratto, ma appare difficilmente percorribile in concreto.

Se proprio si voleva che la Telecom restasse italiana bisognava privatizzarla in un altro modo. Il nocciolo duro creato dal primo governo Prodi nel 1997, ad opera dell’allora ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, e dell’allora direttore generale del Tesoro, Mario Draghi, oggi governatore di Bankitalia, si rivelò un fallimento perché mancava al suo interno un socio industriale che prendesse le redini dell’azienda. O per meglio dire, il socio industriale c’era ed era una grande multinazionale del settore, l’At&t, ma risultava sgradito ai componenti del nocciolo duro (banche e assicurazioni) e fra questi in modo particolare all’Ifil, della famiglia Agnelli, che pretendeva di essere padrone assoluto del gruppo telefonico pur avendovi investito all’incirca un centinaio di miliardi di lire, ovvero una piccola frazione del valore di Borsa della Telecom. 

Che il nocciolo duro non fosse in grado di garantire alcunché, tanto meno l’italianità della Telecom, risultò chiaro con l’Opa della Olivetti. Lo sbandamento fu totale.

Nonostante annoverasse al suo interno il gotha della finanza italiana (tra cui Generali, Comit, Credit,  Sanpaolo-Imi, Monte Paschi) e la cassaforte della più potente famiglia industriale, il nocciolino – come fu sprezzantemente definito – non riuscì a individuare una sola contromisura che reggesse all’offensiva di Roberto Colaninno e soci. Gli scalatori, riuniti nella lussemburghese Bell, era stati obbligati dalla Consob a riformulare i termini dell’Opa perché il documento mancava di una serie di informazioni essenziali, e nei circa 15 giorni che seguirono per la messa a punto della nuova offerta il nocciolo duro avrebbe avuto tutto il tempo per bloccare l’operazione.

Per decretarne il fallimento sarebbe bastato che il consiglio d’amministrazione della Telecom – allora come oggi guidata da Franco Bernabè – approvasse una delibera di fusione della Tim. La Telecom a quel punto avrebbe raggiunto dimensioni tali da non essere più alla portata degli scalatori. I piani finanziari sarebbero stati tutti da rifare. Ergo, l’Opa sarebbe fallita. L’inconsistenza del nocciolo arrivò al punto che tutti i suoi componenti (eccetto il Crédit Suisse) aderirono all’Opa nell’ultimo giorno utile, in tal modo decretando il successo della parte avversa, che non era affatto scontato.

La privatizzazione aprì in sostanza la strada all’instabilità azionaria della Telecom. La società, sganciata dall’ombrello del Tesoro, era diventata improvvisamente contendibile e per difenderne l’italianità venne autorizzata dal governo D’Alema una scalata ostile che ebbe come unico risultato quello di caricarla di debiti. La Bell, il cui maggiore azionista – la Hopa – era una finanziaria dove avevano investito circa 180 imprenditori del bresciano guidati da Emilio Gnutti, non rappresentava certo la soluzione del problema. E infatti, appena due anni dopo, la Hopa e gli altri soci della Bell tagliarono la corda, con una plsusvalenza complessiva di svariati miliardi di euro. Essi passarono il testimone alla Olimpia, il cui maggiore azionista era il gruppo Pirelli, seguito da Benetton e da due banche italiane, UniCredit e Intesa. La Olimpia rilevò a un prezzo stratosferico (4,175 euro per azione), pari al doppio di quello di mercato, il controllo della Olivetti-Telecom, innestando nella Olivetti (cui faceva capo la Telecom) un’ulteriore piramide societaria in cima alla quale troneggiava la Mtp, la Marco Tronchetti Provera Sapa.
Il risultato fu un’impressionante cascata di società che per mantenersi in equilibrio era costretta a succhiare risorse dal basso. La Telecom fu spremuta come un limone per anni e con i suoi dividendi permise alla Olimpia di rimborsare gli interessi passivi e parte dei debiti verso le banche. Il meccanismo si inceppò quando il prezzo di Borsa della Telecom scese intorno ai 2 euro e le società che la controllavano (Pirelli e Olimpia) furono obbligate a svalutarne la partecipazione in bilancio. A quel punto l’equilibrio della catena di controllo vacillò e Pirelli fu costretta a vendere.

Ancora una volta vi fu il timore che Telecom cadesse in mani straniere. E il timore, questa volta, era molto più concreto che in passato, perché, nonostante tutto, la società resta di gran lunga, in Italia, il maggiore operatore del settore.
Per evitare che finisse tra le grinfie di Telefonica de Espana fu così organizzato un altro accrocchio azionario, quello odierno, costituito da una holding – la Telco – in cui a fare da contrappeso agli spagnoli, che ne detengono la maggioranza relativa, figurano Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e i soliti Benetton, ancora una volta il gotha della finanza italiana.
Insomma, l’azionista di riferimento della Telecom ha al suo interno un socio industriale – Telefonica – che è uno dei principali attori delle telecomunicazioni europee, ma siccome è straniero bisogna sbarrargli la strada a tutti i costi (nel presunto interesse della collettività, ovviamente) e allora si fanno scendere nuovamente in campo le grandi banche.

Ma abbiamo già visto ai tempi del nocciolo duro e anche durante la gestione Tronchetti quale e quanto interesse abbiano avuto per la Telecom gli istituti di credito. Le banche fanno a gara per accaparrarsi un cliente come la Telecom, da cui possono spremere commissioni, interessi e altro ancora, e in questo caso hanno le mani lunghe. Ma quando debbono fare il mestire dell’azionista, quando debbono ricapitalizzare la società per permetterle di investire in una rete di nuova generazione, insomma quando debbono scucire capitali, allora le loro mani diventano improvvisamente corte.

E’ così che si difende l’interesse nazionale? Magari Telefonica non riuscirà a diventare socio di riferimento di Telecom Italia. Ma nel frattempo cosa ne sarà delle telecomunicazioni italiane? Abbiamo visto negli anni che il nocciolo duro alla francese non ha funzionato, l’appello alle più grandi imprese nazionali di investire in Telecom è caduto nel vuoto, la capacità delle banche di proporsi come azionisti si è rivelata un disastro, che anche un grande gruppo industriale delle dimensioni della Pirelli non ha avuto la forza di reggerne il controllo; che non a caso in qualsiasi parte del mondo le grandi società telefoniche o fanno capo allo Stato (come in Francia) o sono delle compagnie ad azionariato diffuso (come in Gran Bretagna e negli Usa). Come si può difendere l’italianità, in questo contesto? A meno che la strada dell’interesse nazionale non passi, questa volta, per la Fininvest…