Sostiene l’economista Jacques Attali, che fu consigliere speciale del Presidente della Repubblica francese François Mitterrand negli anni ’80 e oggi guida la Commissione per la liberazione della crescita istituita da Nicolas Sarkozy, che il modello di svilluppo dell’economia Usa che ha portato a un’espansione abnorme dei mercati finanziari e poi al loro crollo è basato su un meccanismo che tende a togliere ai poveri per concentrare sempre più il capitale nelle mani di chi è già molto ricco. Al grande travaso di profitti nelle tasche dei capitalisti – dice in sostanza Attali – è corrisposta un’altrettanto grande distribuzione di debito a carico dei lavoratori, che ha permesso il mantenimento di un alto livello dei consumi, ha fatto esplodere i prezzi delle azioni e delle case, dando l’illusione di una ricchezza diffusa che ha spinto chi aveva un salario a vivere costantemente al di sopra dei propri mezzi.

Piuttosto che redistribuire ricchezza elimindando le diseguaglianze tra cittadini, soprattutto tra le fasce più deboli, lo Stato (non più sociale) ha allargato l’area del disagio economico, redistribuendo debiti. Non a caso i prossimi crolli annunciati sono quelli delle società che gestiscono carte di credito e credito al consumo, simboli del vivere oltre le proprie possibilità.
Questo forte squilibrio sociale di fronte a cui si trova oggi l’America, che la recessione economica tenderà ad accentuare, è uno dei problemi più gravi che dovrà essere affrontato dal nuovo presidente degli Stati Uniti.  L’impressionante accumulo di ricchezza nelle mani di pochi individui su scala planetaria, che stride non solo con le condizioni di miseria del Terzo Mondo, ma anche e più modestamente con le difficoltà a sbarcare il lunario da parte di un numero crescente di cittadini europei e americani, è un fenomeno devastante a livello sociale.

Anche in Italia abbiamo assistito, con la politica scellarata delle stock option e delle super-liquidazioni, alla formazione di grandi ricchezze individuali: quelle dei top managers e dei finanzieri e immobiliaristi rampanti. Se questo almeno fosse servito a rafforzare il sistema delle imprese e ad aumentare i posti di lavoro…Invece in taluni casi è successo addirittura il contrario: che manager che hanno firmato bilanci in  perdita o hanno aggravato perdite pregresse, piuttosto che essere sanzionati e subire azioni di responsabilità da parte delle assemblee degli azionisti, sono stati premiati con scandalose buonuscite. Un esempio per tutti, quello di Giancarlo Cimoli, prima a capo delle Ferrovie dello Stato, poi alla guida dell’Alitalia: due aziende fallimentari che gravano sulle spalle del contribuente.
In altri casi abbiamo assistito allo spolpamento planetario di grandi società industriali, e non penso solo a società fortemente compromesse come lo erano Enron o Parmalat, ma ad imprese di sana e robusta costituzione come Telecom Italia, che dopo undici anni di gestione privata si ritrova oggi con una montagna di debiti, il margine operativo in caduta e il numero dei clienti in diminuzione.
L’accentuarsi degli squilibri sociali ed economici,  il generale clima di incertezza, il restringersi dell’area dei diritti del cittadino (il mercato globale è cresciuto, dice Attali, in assenza di uno Stato di diritto globale) inducono una parte dell’opinione pubblica a guardare con diffidenza, se non con ostilità, ai salvataggi bancari e a chiedersi a chi giovino.

L’interrogativo è disarmante perché, se è evidente che non si possono far fallire le banche e che un tracollo del sistema bancario farebbe piombare lo Stato nel caos economico e sociale, è altresì vero che a pagare i piani pubblici di intervento sulle banche saranno i contribuenti e non gli autori materiali del dissesto. Che non sono soltanto i grandi banchieri privati, ma anche e in primo luogo le autorità pubbliche di vigilanza creditizia e di controllo della Borsa. I cittadini possono punire con il voto i loro rappresentanti in Parlamento che abbiano agito in modo scorretto. Ma i banchieri non sono eletti dai cittadini: sono nominati dalle assemblee degli azionisti, che non sono propriamente un modello di democrazia. Finirà che tra qualche anno ce li ritroveremo tutti ancora lì, a sentenziare. Magari in posti diversi con pesi diversi, ma sempre in posizione di comando. A giudicare dal recente passato c’è di che essere scettici.