Le privatizzazioni dei "gioielli" di Stato, decollate intorno alla metà degli anni '90, meriterebbero un'analisi più approfondita, non solo dei singoli casi aziendali, ma anche di coloro che quel processo misero in moto  (Giuliano Amato, Beniamino Andreatta, Carlo Azeglio Ciampi, Mario Draghi, Romano Prodi) e delle lobby che lo influenzarono (in primis, le grandi banche d'investimento). Oggi possiamo affermare senza ombra di dubbio che in certi casi la vendita delle aziende di Stato s'è rivelata un ottimo affare per l'acquirente e un pessimo affare per il venditore, vale a dire la collettività. Bisognerebbe stabilire con un'indagine ulteriore, scevra da ideologie, se questa sia stata l'eccezione o la regola.

Comunque sia, il caso più macroscopico di svendita del patrimonio pubblico, che grida ancora oggi vendetta, è quello della Seat, la società delle pagine gialle e degli elenchi telefonici, scissa dalla Stet per essere conferita al Tesoro prima della privatizzazione di Telecom Italia, e dal Tesoro (ministro dell'epoca Ciampi, direttore generale Draghi, presidente del Consiglio Prodi) messa in vendita tramite gara nel 1997 con la consulenza della fu Lehman Brothers. Prodi, peraltro, sapeva bene cos'era la Seat per avere ricoperto per ben due mandati la carica di presidente dell'Iri, al quale la società faceva indirettamente capo attraverso la Stet (la subholding per le telecomunicazioni che fu poi fusa con Telecom).
Della vicenda Seat mi ero già abbondantemente occupato con Giovanni Pons ne "L'Affare Telecom" (Sperling &Kupfer, edizione paperback 2006, a cui rimando il lettore per maggiore documentazione).  Torno a parlarne ora perché di recente ho potuto consultare i dati finali dell'operazione nell'ambito dell'Analisi trimestrale dei bilanci che "Il Sole-24 Ore" cura in modo congiunto con R&S-Mediobanca. Dati che confermano quanto avevamo scritto, con qualche particolare in più.
L'acquisizione avvenne nel 1998, con la tecnica del leveraged buyout, attraverso una  società-veicolo denominata Ottobi posseduta dalla Otto Spa i cui otto azionisti, a parte Comit e De Agostini,  celavano la propria identità dietro fondi chiusi esteri (come il lussemburghese Investitori Associati II) o società estero-vestite domiciliate in vari paradisi fiscali. Tra questi c'erano il noto consulente di direzione Gianfilippo Cuneo e i commercialisti Severgnini titolari del più affermato studio milanese di fiscalità internazionale.
I "magnifici otto" investirono nell'acquisizione della Seat 856 milioni di euro, per la maggior parte presi a debito, e ne ricavarono 6,7 miliardi rivendendo la loro partecipazione a Telecom Italia. In più prelevarono dalla società 700 milioni di dividendi. In totale incassarono 7,4 miliardi di euro, oltre 14mila miliardi di lire; denaro per di più esentasse, perché nel frattempo il controllo della Seat era stato portato in due scatole vuote domiciliate in Lussemburgo.
La Otto aveva finanziato l'operazione con 323 milioni di mezzi propri e 715 di indebitamento e aveva erogato alla Ottobi un finanziamento infruttifero di 835 milioni trasformato in capitale ad acquisizione avvenuta.
Dalla successiva incorporazione di Seat in Ottobi emerse nella nuova società un disavanzo di fusione che servì a giustificare la delibera di un dividendo straordinario da un miliardo di euro. E a quel punto entrò in azione la Telecom di Roberto Colaninno rilevandone il 30% ai massimi storici di Borsa nell'ambito della fusione Seat-Tin.it. L'intera operazione è costata al colosso delle telecomunicazioni circa 9 miliardi.
Nel 2003, poi, Telecom è uscita da Seat vendendo a fondi come Bc Partners e Cvc che avevano già partecipato alla grande abbuffata della privatizzazione. Questi nuovi acquirenti hanno speso 3 miliardi. E, con la collaudata tecnica dell'"estrazione di valore", dopo una doppia incorporazione, hanno prelevato dalla società una maxicedola da 3,6 miliardi (di cui 1,8 di loro pertinenza) che Seat ha pagato contraendo un debito. Altri 800 milioni li hanno ottenuti cedendone in Borsa il 12,4 per cento. Ma oggi sono lungi dalla maxi-plusvalenza incassata nella prima tornata. L'operazione può dirsi a stento in pareggio, e al 30 settembre 2009 la società era in "rosso" per oltre 100 milioni dopo averne persi 180 nel 2008. Oggi la Borsa la valuta 450 milioni contro gli oltre 24 miliardi della Seat di fine 2000.
Come distruzione di valore non c'è male.
Nel 1998 il processo di privatizzazione dell'industria pubblica ristagnava. Proprio mentre era in discussione l'ingresso del nostro paese nell'euro, il governo rischiava una procedura d'infrazione per il mancato rispetto del patto Andreatta-Van Miert, l'accordo stipulato anni prima in sede europea che ci obbligava a ridurre entro una certa data i debiti dell'Iri, a un livello fisiologico. E per abbattere l'indebitamento dell'Iri non c'era altro modo che privatizzare la Stet-Telecom, il pezzo più pregiato del gruppo. La strada era però ostruita dai Boiardi di Stato, i quali, preoccupati di perdere la poltrona, forti del sostegno di alcuni partiti, ostacolavano in tutti i modi questa soluzione. Fu così che il governo Prodi decise di scindere la Seat dalla Stet nel tentativo di spaccare il fronte ostile alla privatizzazione. Da quell'istante la posizione del potente amministratore delegato della Stet Ernesto Pascale cominciò a vacillare. La permanenza di Pascale al vertice della Stet avrebbe dilatato chissà quanto i tempi di cessione della Telecom, mentre il governo aveva bisogno subito di soldi per risolvere la patata bollente dei debiti Iri. Fuori Pascale, invece, la privatizzazione prese il volo, e l'Iri, rimborsati i debiti, fu messo in liquidazione. Il rispetto del patto Andreatta-Van Miert facilitò al governo Prodi, e al paese, il percorso verso l'euro. 

La Seat fu dunque una "vittima sacrificale", ceduta a un prezzo stracciato, valorizzata a suon di debiti, spolpata e rispolpata, a beneficio di pochi grandi azionisti. Non era certo a questo che pensava Giuliano Amato quando ebbe a dichiarare che le privatizzazioni avrebbero dovuto accrescere il pluralismo economico, facendo emergere nel panorama italiano 10-15 nuovi gruppi imprenditoriali.