Mi riprometto di studiare, non appena ne verrò in possesso, la ponderosa sentenza dei giudici di Palermo sulla morte di Mauro De Mauro, il cronista de L'Ora che aveva ricostruito su incarico del regista Francesco Rosi gli ultimi due giorni di vita di Enrico Mattei, trascorsi in Sicilia.


Il fondatore e primo presidente dell'Eni perì il 27 ottobre 1962 nella sciagura aerea di Bascapè, di ritorno da Catania a Milano. Il bireattore dell'ente petrolifero di Stato a bordo del quale viaggiava Mattei si schiantò al suolo nei pressi di una cascina della campagna pavese. Come riferirono decine di testimoni l'aereo precipitò in fiamme. Il sostituto procuratore di Pavia Vincenzo Calia, che riaprì il caso negli anni '90 grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, stabilì che una mini carica esplosiva era stata collegata al meccanismo di apertura del carrello anteriore, provocando l'esplosione a bordo durante la fase di avvicinamento alla pista di Linate. Il Morane Saulnier 760 fu sabotato all'eroporto di Fontanarossa con la collaborazione del boss mafioso Giuseppe Di Cristina, che all'epoca lavorava alle dipendenze dell'Ente minerario siciliano (l'Ems) presieduto da Graziano Verzotto. Cosa nostra svolse però solo un lavoro di copertura. L'attentato era infatti troppo sofisticato a livello tenico per essere alla portata della mafia di allora. Tutto ciò emerse dall'inchiesta di Calia, di cui il magistrato stesso chiese e ottenne l'archiviazione nei primi anni Duemila per l'impossibilità di individuare gli esecutori materiali e i mandanti dell'omicidio a distanza di decenni. Sta di fatto che il personaggio sul quale Calia concentrò le indagini era Eugenio Cefis, il vice di Mattei, che nel 1962 era già fuori dell'Eni, ma che il governo richiamò alla guida del gruppo subito dopo la morte di Mattei. Da qui il sospetto, mai suffragato da prove, che Cefis possa essere stato tra i mandanti dell'attentanto in quanto principale beneficiario della scomparsa del fondatore dell'Eni. I giudici di Palermo – così riportano i giornali – adesso ci dicono che De Mauro fu ammazzato il 16 settembre 1970 perché aveva scoperto la verità sull'attentato, che le indagini sulla scomparsa del giornalista furono depistate dall'arma dei Carabinieri (anche sene esce assolto il ruolo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa) e che Verzotto fu il mandante dell'omicidio.

Aspettiamo di leggere nelle motivazioni della sentenza il movente che avrebbe spinto Verzotto a commissionare l'uccisione di De Mauro e quindi, per deduzione logica, a coprire la verità sulla fine di Mattei. Tuttavia, da una prima sommaria analisi, questa verità appare in contraddizione con le risultanze delle indagini di Calia, dove il principale indiziato – come abbiamo detto – è Cefis, non Verzotto.

Nel corso della sua inchiesta giornalistica De Mauro incontrò Verzotto, che all'epoca dei fatti era responsabile delle relazioni esterne dell'Eni in Sicilia e segretario regionale della Dc. Ma Verzotto lo indirizzò all'avvocato Vito Guarrasi, che sedeva nel consiglio d'amministrazione dell'Anic di Gela. Guarrasi fu l'ultima persona che De Mauro incontrò prima di sparire nel nulla e il sospetto che fosse stato  lui a far rapire e uccidere il giornalista lo ha accompagnato fino alla morte.

Quello che non è chiaro, incrociando l'inchiesta di Pavia con la sentenza di Palermo, è come mai due personaggi così diversi come Verzotto e Cefis, l'uno nemico dell'altro, fossero uniti dal comune interesse ad occultare la verità su Marttei. Dell'inimicizia tra Verzotto e Cefis parla lo stesso Verzotto nel suo libro di memorie "Dal Veneto alla Sicilia". Il casus belli con Cefis, che per Verzotto sarebbe stato all'origine della propria rovina, andrebbe ricondotto all'intesa che era stata sottoscritta da Ems e Sonatrach per la realizzazione di un gasdotto sottomarino tra Algeria e Sicilia. Quell'accordo colpiva al cuore gli interessi del gruppo Eni. Dopo l'uscita di scena di Verzotto, fuggito in Francia per scampare all'accusa di bancarotta e di distrazione di fondi pubblici, all'Ems subentrerà la Snam e a chiudere l'accordo con gli algerini sarà Cefis.
Tra le varie cose che ho letto in questi giorni su Verzotto, un'imprecisione mi è in particolare balzata all'occhio. E' stato scritto che Verzotto fu mandato in Sicilia da Amintore Fanfani per sconfiggere il milazzismo, il governo regionale di Silvio Milazzo che mandò all'opposizione la Dc con il sostengo di Msi, Monarchici, Psi e Pci e grazie alla nascita di una seconda formazione cattolica. Il milazzismo, che ricevette il sostegno di Mattei, il quale puntava alle concessioni per le ricerche di idrocarburi in Sicilia, fu una spina nel fianco del partito scudocrociato, ma Verzotto fu spedito in Sicilia nel 1955 mentre i due governi Milazzo si succedettero tra il 1958 e il 1959. Nel '55 Amintore Fanfani era ancora il dominus della "balena bianca". Il milazzismo servirà a cacciarlo dal vertice del governo e del partito, ad aprire la strada all'alleanza Dc-Psi e a insediare Aldo Moro alla guida della segreteria.