Banca d’Italia è stata la cabina di regia delle scalate bancarie del 2005. Il recente rinvio a giudizio dell’ex Governatore Antonio Fazio, che sarà processato per il fallito "assalto" di Gianpiero Fiorani all’Antonveneta, ne è la conferma più autorevole. Fazio è accusato di aggiotaggio, e con lui l’allora reponsabile della Vigilanza, Francesco Frasca, e altre 17 persone, tra cui lo stesso Fiorani.

Nell’estate del 2005 vi fu un gran viavai in Via Nazionale. L’olandese Abn Amro aveva lanciato un’Opa su AntonVeneta. E Antonio Fazio fece carte false perchè l’istituto padovano non cadesse in mani straniere.

Per guidare la controffensiva il Governatore schierò in campo Gianpiero Fiorani, giovane e spregiudicato amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi (poi trasformata in Banca Popolare Italiana e successivamente confluita nell’odierno Banco Popolare).

Fiorani era entrato in rapporti d’amicizia molto stretti col Governatore, diventando il più assiduo frequentatore della sua casa e della sua famiglia.

In precedenza un ruolo analogo era stato rivestito da Cesare Geronzi. Il banchiere di Marino, presidente di Capitalia, aveva messo la "sua" banca al servizio dell’istituto centrale, che la utilizzava per affrontare i casi più critici del sistema bancario. E’ in questa ottica che Mediocredito Centrale, Banco di Sicilia e Bipop-Carire vengono assorbiti da Capitalia, su ordine di Fazio.

L’asse di potere Fazio-Geronzi, durato più di dieci, si infranse sull’AntonVeneta, di cui Abn Amro, grande azionista di Capitalia, avrebbe voluto impossessarsi.

L’obiettivo era in realtà Capitalia, di cui Abn si candidava a diventare azionista di riferimento, fondendovi AntonVeneta. In questo contesto, a Geronzi sembra fosse stato promesso il ruolo di plenipotenziario per l’Italia dell’intero gruppo olandese.

Fazio osteggiò con ogni mezzo il disegno geronziano. Egli temeva che il varco che si sarebbe aperto in Italia con AntonVeneta avrebbe creato le condizioni per un assalto generalizzato delle grandi banche europee al sistema bancario nazionale. E il fatto che il Bbva avessero lanciato, contestualmente ad Abn, un’offerta pubblica di scamio su Bnl lo aveva rafforzato in questa convinzione.

Fazio passò dunque all’attacco, facendo scendere in campo Fiorani e favorendo il tentativo dell’Unipol di sottrarre la Bnl all’abbraccio mortale degli spagnoli.

La linea di Fazio, osteggiata dall’Unione europea, che subiva le pressioni delle grandi banche internazionali, riscosse in un primo momento notevoli consensi non soltanto nel centro-destra berlusconiano, ma anche nel centro-sinistra dalemiano che avrebbe voluto trasformare l’Unipol di Giovanni Consorte in un grande attore della finanza.

Fazio ebbe per alleato – ma fino a un certo punto – anche il presidente di Banca Intesa, Giovanna Bazoli. Questi s’era già schierato al suo fianco durante lo scontro che aveva opposto il Governatore al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, tra il 2003 e il 2004. Bazoli temeva di non riuscire più a contenere nell’azionariato di Intesa i francesi del Crédit Agricole, che erano tra i principali soci della banca. L’appoggio dato a Fazio quale paladino dell’"italianità" del sistema riaffermava pertanto il principio (caro a Bazoli) che una grande banca come Intesa dovesse anzitutto operare al servizio dell’economia del Paese.

Le mosse di Fazio furono però sconnesse e alla fine anche Bazoli finì prenderne le distanze. Banca d’Italia abdicò al ruolo di organo di controllo sopra le parti, esponendosi a critiche e gettando nella mischia una banca che era cresciuta in modo veloce e disordinato e mancava dei requisiti patrimoniali per un’Opa su AntonVeneta. Il pensiero attribuito a Fazio secondo cui il Governatore stesse cercando di accreditarsi come "demiurgo" del sistema – non solo del sistema bancario, ma anche di quello finanziario: un ruolo simile a quello che aveva avuto Enrico Cuccia con Mediobanca – era velleitario e antistorico.

Le banche italiane erano già da anni società a capitale privato, quotate in Borsa. E l’idea che il processo di concentrazione, anzichper le regole dei mercati finanziari, dovesse passare per le forche caudine di Via Nazionale, con la pretesa che un’Opa dovesse essere comunicata e autorizzata dal Governatore prima ancora che dal Cda di una banca, rifletteva una concezione chiusa del mondo, agli antipodi del progetto di Unione europea.

Se proprio voleva rafforzare il sistema bancario italiano, sottraendolo alla colonizzazione degli istituti esteri, Fazio avrebbe dovuto stimolare la concentrazione e la concorrenza e guardare con occhi laici ai piani di fusione delle banche. Invece, l’ex Governatore si mise di traverso a ogni operazione che non andasse nella direzione da lui auspicata. Così finì per scavarsi la fossa, inimicandosi l’establishment.

Pur di perseguire i suoi disegni, Fazio non esitò a legarsi a un personaggio come Fiorani contro il quale avrebbe fatto meglio a sguinzagliare come cani da guardia gli uomini della Vigilanza già ai tempi della scalata occulta alla Popolare di Crema. Fondendo la Lodi all’AntonVeneta e aggregandola successivamente alla Bnl (ma su questo secondo passaggio vi sono solo supposizioni), Fiorani si sarebbe trovato a capo di una delle più grandi banche del Paese. Desideroso di bruciare le tappe, ricorse ad ogni mezzo, commettendo ogni sorta di reato, tra cui la distrazione di somme di denaro dalle casse della Lodi a quelle di alcune sue finanziarie.

Se Fazio aveva coltivato l’illusione di poter manovrare Fiorani per i suoi scopi, alla fine è stato Fiorani a piegarlo ai suoi disegni temerari. E ora l’ex Governatore dovrà rispondere davanti a un giudice del reato di aggiotaggio.