Bossi vuole prendersi le banche del Nord. Siccome ha vinto le elezioni, pensa sia suo diritto designare uomini della Lega nei posti chiave dei maggiori istitituti di credito. Il Senatur lo ha detto con un'arroganza e una rozzezza che richiamano alle memoria le peggiori pagine della Prima Repubblica, le pratiche spartitorie della vecchia Dc a cui s'era associato negli anni '80 anche il Psi di Bettino Craxi.


Se non altro, però, all'epoca il sistema delle grandi banche era nelle mani dello Stato. Gli istituti di diritto pubblico facevano capo al Tesoro e le banche d'interesse nazionale (Comit, Credit e Banco di Roma) erano controllate dall'Iri, che a sua volta era interamente posseduto dallo Stato. Era dunque naturale che in un sistema bancario a proprietà pubblica i partiti cercassero di occupare ogni poltrona e di allungare le mani.
Oggi, invece, le grandi banche sono a capitale privato, debbono rispondere del loro operato e dei loro risultati a una platea di investitori istituzionali e di piccoli risparmiatori. Ma sono private solo in parte. Perché la politica continua ad esercitare su di esse, in modi più o meno surrettizii, un'influenza molto forte. Non si spiega diversamente il silenzio dei banchieri di fronte all'uscita di Bossi. Che nessuno di loro osi commentare una dichiarazione del genere la dice lunga sul loro grado di connivenza e di adattamento all'ambiente politico. Qundo il vento tirava a sinistra, corsero a votare Prodi alle primarie in maniche di camicia e lo fecero sapere in giro. Quando il vento ha cambiato direzione hanno cominciato a strizzare l'occhio a Berlusconi e Tremonti. I magistrati sono insorti ogni volta che il governo ha cercato di varare provvedimenti che ne mettevano a repentaglio l'autonomia. I banchieri tacciono. E chi tace acconsente. O, come si dice al mio paese, attacca l'asino dove gli chiede il padrone.
D'altro canto, che altro potrebbero fare? I più grandi gruppi creditizi come Intesa Sanpaolo, UniCredit, Monte dei Paschi sono controllati da fondazioni, ossia da soggetti che non rispondono a nessuno, che a differenza di una società per azioni non hanno soci a cui dar conto. E nelle fondazioni, nei loro organi di indirizzo, la politica c'è e comanda. Sono le lobbies politiche, spesso trasversali, i veri soci di riferimento di questi mostri giuridici concepiti al crepuscolo della Prima repubblica e passati indenni nella Seconda. In nessun'altra nazione del mondo occidentale le grandi banche hanno per azionisti delle fondazioni.
Tacciono i banchieri, tace la Banca d'Italia, tace il ministro del Tesoro. Tacciono tutti coloro che insorsero contro i Ds quando l'Unipol di Giovanni Consorte, nell'estate del 2004, aveva tentato di scalare in Borsa la Bnl. L'infelice frase scappatta al segretario dei Ds Piero Fassino ("Allora abbiamo una banca") mentre Consorte gli comunicava per telefono di aver raggiunto il 51% della Bnl suscitò, giustamente, sdegno.  Ma dove sono oggi questi benpensanti, queste anime pie che allora gridavano allo scandalo?
E come la mettiamo con la CrediEuroNord, la banchetta "padana" fondata dalla Lega con i risparmi dei suoi stessi tesserati, rilevata dalla Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani mentre era a un passo dalla bancarotta? Tutti sembrano essersi dimenticati di questo fulgido esempio di gestione del credito dato dai Lumbard: una referenza di cui andare fieri per accreditarsi come prossimi azionisti di riferimento dei maggiori istituti del  paese.

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