Non vanno per niente bene i conti delle banche. Prendiamo i principali gruppi italiani: UniCredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Ubi, Banco Popolare, Carige, Credito Valtellinese, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare di Sondrio, Banca Popolare dell'Emila Romagna e Mediobanca. Dai dati aggregati di queste banche, rielaborati da R&S, emerge un vistoso calo dei ricavi (il cosiddetto margine d'intermediazione): -7 per cento.



Tre voci compongono i ricavi: margine d'interesse, commissioni nette e altri ricavi, questi ultimi rappresentati per la maggior parte dalla negoziazione di titoli sul mercato. Ebbene, se si escludono le commissioni, che continuano a crescere in valore per la ripresa del risparmio gestito, le altre due voci appaiono in forte calo. Il margine d'interesse aggregato (cioè il saldo tra i tassi sui prestiti e quelli sulla raccolta di denaro), che rappresenta il mestiere più tradizionale della banca, è sceso del 13% tra il 1° gennaio e il 30 giugno 2010, passando nel complesso da 22 a 19 miliardi di euro (3 miliardi in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente).  Ma le maggiori preoccupazioni provengono dagli altri ricavi, crollati di quasi il 31% nel semestre, a meno di 2,6 miliardi, contro i 3,7 dell'anno prima (circa 1,1 miliardi in meno). Il deterioramento di questa voce deriva dalla discesa dei mercati finanziari. Finché gli indici di Borsa salivano, gli utili dalla compravendita di titoli tenevano alti i ricavi. Non appena hanno cambiato di segno, i ricavi hanno invertito la rotta. Una volta era l'andamento dei tassi a determinare l'andamento dei ricavi, ora sono gli alti e i bassi dei mercati.
I primi tre gruppi creditizi mostrano andamenti altalenanti. Nel caso di UniCredit sono scesi sia i ricavi (dell'8%) sia l'utile netto (del 29%). Nel caso di Intesa Sanpaolo, al calo del 7% dei ricavi si contrappone una crescita del 6% dei profitti, mentre in quello del Monte dei Paschi i ricavi si contraggono solo del 3% mentre vanno giù del 21% gli utili.
Calano i ricavi dell'aggregato e viceversa aumentano i crediti inesigibili, mentre flettono di appena l'1% i costi. Morale: il risultato corrente nel semestre arretra del 22 per cento. Sono finiti i tempi in cui il Roe (il ritorno sul capitale netto) segnava rendimenti a due cifre: oggi supera di poco il 4 per cento. E smettiamola di dire che le banche prestano il denaro alle piccole imprese: gli impieghi verso la clientela del campione risultano pressocché invariati. Il 31 dicembre 2009 sfioravano in totale i 1.458 miliardi di euro, il 30 giugno 2010 hanno di poco superato i 1.459 miliardi. La differenza è irrilevante: +0,1 per cento. Certo, bisognerebbe esaminare la situazione a livello di singolo istituto, ma questo dato ci dice che il contesto è sfavorevole. Anche la raccolta diretta è pressoché ferma:  +0,5% a livello aggregato rispetto al 31 dicembre 2009. Sale solo dei 3% quella indiretta, grazie alla ripresa dei fondi comuni d'investimento, ma non è detto che la tedenza al rialzo perduri.