L'ultimo rapporto di R&S-Mediobanca sulle grandi banche internazionali, diffuso in luglio, contiene un capitolo sulla Cina, passato inosservato, che vale la pena commentare. Nel dossier vengono riportati i conti economici e gli stati patrimoniali aggregati dei primi dieci gruppi creditizi della Repubblica popolare. Tali gruppi, selezionati in base al valore dell'attivo di bilancio, rappresentano quasi il 65% del sistema bancario del Dragone. Sono stati considerati gli esercizi dal 2004 al 2008, di cui esiste la serie completa dei bilanci annuali. "Occorre innanzitutto ricordare – si legge nel rapporto della Ricerche e Studi – che, negli anni più recenti, lo Stato cinese ha aperto il capitale delle banche locali agli investitori nazionali ed esteri; ciò è avvenuto, dapprima con accordi diretti di cessione di quote di minoranza agli investitori stranieri, in genere assoggettandole a vincoli di lock-up pluriennali e, più recentemente, tramite collocamenti di azioni sul mercato finalizzati alla quotazione alle Borse di Shanghai ed Hong Kong".
Le banche il cui capitale è stato aperto ai privati continuano comunque a restare a maggioranza statale. Tra gli istituti europei e statunitensi maggiormente presenti nelle compagini societarie delle banche cinesi ritroviamo Hsbc (Hong Kong and Shanghai Bank) con il 19,2% di Bank of Communications e il 12,8% di Industrial Bank;  Bank of America con il 19,1% di China Construction Bank (quota ridotta all’11% nel 2009); Royal Bank of Scotland con l’8,2% di Bank of China (quota ridotta al 4% nel gennaio 2009); e Bbva (Banco Bilbao Vizcaya Argentaria) con il 10% di China Citic Bank e un’opzione per salire al 15 per cento. I gruppi esteri non possono acquisire più del 20% di una banca cinese.



"In previsione dell’apertura al mercato, le banche della Cina – scrivono gli esperti di R&S – hanno via via assunto status giuridico autonomo, nella forma di società per azioni, ed adottato, anche a seguito dell’emanazione di provvedimenti legislativi da parte del Governo nazionale, principi contabili sempre più aderenti agli standard internazionali. In particolare, i principi contabili per le istituzioni finanziarie stabiliti nel 2001 hanno imposto regole più stringenti nella valutazione dei crediti dubbi e nella contabilizzazione delle passività future rispetto a quelli in vigore dal 1993. Sempre con l’obiettivo della quotazione in Borsa, il Governo cinese ha avviato, a partire dalla fine degli anni novanta, alcune iniziative per migliorare la qualità dell’attivo e rafforzare i mezzi patrimoniali delle principali banche nazionali, tra cui, in particolare, la costituzione di società pubbliche per la gestione di attivi finanziari, alle quali le maggiori banche hanno trasferito consistenti ammontari di crediti dubbi ed attività in sofferenza. Con riguardo agli apporti di capitali pubblici, nel 2003 la Bank of China e la China Construction Bank hanno ricevuto, rispettivamente, 186,4 e 186,2 miliardi di yuan per aumenti di capitale e, nel quinquennio considerato, la Industrial and Commercial Bank of China e la Agricultural Bank of China hanno ricevuto, rispettivamente, 124,1 e 130 miliardi di yuan nel 2005 e nel 2008".

I conti economici nel periodo 2004-08 mostrano anzitutto l’elevata incidenza del margine di interesse sul totale dei ricavi. Per le banche cinesi, infatti, il margine d'interesse (differenza tra tassi sulla raccolta e tassi sui prestiti alla clientela) rappresenta mediamente l’88% dei ricavi, mentre per quelle della Triade (Usa, Europa e Giappone) costituisce il 52 per cento. Le commissioni nette, che nella Triade rappresentano una componente importante dei ricavi, in Cina pesano ancora poco pur essendo in sensibile aumento (dall’8% al 14% dei ricavi).

"Si evidenzia anche – si legge ancora nel rapporto – il più basso indice di produttività delle banche cinesi, misurato dai ricavi per dipendente, che si attesta nel 2008 a 89 mila euro, poco meno della metà del valore delle banche europee e statunitensi, mostrando un andamento crescente al diminuire della dimensione della banca: le ultime cinque della graduatoria per totale attivo sono infatti tutte ampiamente sopra la media".

Le più vituose sono insomma le banche più piccole.
Nonostante siano meno produttive, le banche cinesi sono tuttavia più profittevoli. Il loro risultato corrente prima delle imposte, nel 2008, ha rappresentato il 47% dei ricavi, "che si confronta con una perdita corrente mediamente del 6% per le banche della Triade. L’elevata redditività delle banche cinesi risulta in primo luogo trainata dal forte sviluppo dei ricavi, in crescita del 155% nel quadriennio: al confronto,
anche escludendo per la loro variabilità i risultati dell’attività di negoziazione, l’Europa e gli Stati Uniti, le aree più dinamiche, fanno segnare rispettivamente +25% e +22% nello stesso periodo. Ha poi
contribuito in modo significativo la bassa incidenza dei costi operativi, con un cost-income ratio in calo di oltre 11 punti percentuali dal 2004 al 2008 e che, nell’ultimo anno considerato, risulta inferiore di oltre 30
punti alla media internazionale".

Il cost income ratio è il rapporto tra i costi operativi e il margine d'intermediazione (che equivale in pratica ai ricavi). E' uno dei principali indicatori di efficienza di una banca. Quanto più è basso il valore espresso dal cost income, tanto più è alta l'efficienza di una banca.

Lo scostamento del cost income "risulta particolarmente evidente nella componente costo del lavoro, con un’incidenza media sui ricavi del 17% nel quinquennio, contro il 33% delle banche degli Stati Uniti ed il 37% di quelle europee".

Attenzione, però, il costo del lavoro per dipendente delle banche cinesi, ancorché più competitivo, è in forte crescita: nel quadriennio 2004-07 è mediamente salito del 33%, a fronte di una varizione modesta del numero medio degli occupati.

"Le svalutazioni dei crediti sono aumentate in valore assoluto del 63% nel 2008 rispetto all’esercizio precedente, attestandosi al 12,7% dei ricavi, con una crescita di quasi 3 punti percentuali; anche in questo
caso si tratta di una dinamica migliore rispetto alle banche della Triade che, come commentato in precedenza, hanno fatto segnare un aumento medio del 156% in termini assoluti e di oltre 20 punti percentuali in relazione ai ricavi".

Le medesime svalutazioni rappresentano lo 0,9% dei crediti verso la clientela (dato che allinea le banche cinesi a quelle europee e giapponesi) e il 7% del capitale netto (dato inferiore a quello della Triade).

"L’utile netto aggregato del 2008 si è attestato a 414 miliardi di yuan, con un aumento rispetto all’esercizio precedente del 46% in valori assoluti e di 4,6 punti percentuali in rapporto ai ricavi. Il risultato del 2008 è stato peraltro negativamente influenzato, per un ammontare pari al 6% dei ricavi, dalle componenti straordinarie negative, in massima parte riguardanti svalutazioni del portafoglio titoli…La redditività dei mezzi propri, misurata dal Roe, è salita dal 18% del 2007 al 22% nel 2008, il valore più elevato del quinquennio…La situazione patrimoniale evidenzia, dal 2004 al 2008, una diminuzione in termini relativi di quasi 12 punti percentuali dei crediti alla clientela, cui fa riscontro un aumento degli impieghi in titoli dell’ordine dei 3 punti. Alla fine del 2008 i prestiti alle famiglie ammontavano al 19,6% del totale dei crediti lordi alla clientela, di cui il 14,5% costituiti da mutui ipotecari per l’acquisto dell’abitazione".

Passiamo alla qualità dell’attivo: "…dopo le operazioni di “pulizia” delle sofferenze effettuate dalla Industrial and Commercial Bank nel 2005 e dalla Agricultural Bank nel 2008, solo quest’ultima evidenziava crediti dubbi a fine 2008 non interamente coperti dai fondi rettificativi…Tutte le altre banche considerate presentavano un grado di copertura superiore al 100 per cento. Dal lato del passivo, la provvista da clientela è quasi integralmente costituita dai depositi, con un ruolo marginale della raccolta obbligazionaria e dei prestiti subordinati. I mezzi propri salgono dal 3,6% del totale attivo nel 2004 al 5,7% nel 2008, un valore quest’ultimo decisamente migliore di quello delle banche europee (2,8%) e giapponesi (3,1%) ed inferiore solo a quello delle banche degli Stati Uniti (8,6%)".

Secondo le disposizioni delle autorità di controllo locali, le banche cinesi – informa R&S – debbono suddividere i crediti in cinque categorie, denominate “normal”, “special mention”, “substandard”, “doubtful” e “loss”, caratterizzate da un grado decrescente di probabilità di recupero del credito. Sono poi tenute ad effettuare un accantonamento generico non inferiore all’1% del portafoglio crediti complessivo, oltre ad accantonamenti specifici crescenti, rispettivamente del 2%, del 25%, del 50% e del 100% dei prestiti classificati tra la seconda e la quinta categoria. Le ultime tre categorie sono considerate “non performing” (crediti che richiedono una specifica gestione per massimizzarne la possibilità di recupero).

"Le principali fonti di aumento dei mezzi propri nel quinquennio sono state le risorse fornite da terzi, pari a 944 miliardi di yuan, in gran parte affluite tramite gli aumenti di capitale…A tale mporto si aggiunge l’autofinanziamento, costituito dagli utili di esercizio non distribuiti, che sono ammontati a 732 miliardi di yuan nello stesso periodo. Il coefficiente medio di solvibilità del 2008 si attesta all’11,7%, un valore analogo a quello delle banche europee e giapponesi ed inferiore solo a quello delle banche degli Stati Uniti".