Banche ancora nella tempesta. La non coincidenza tra i dati sulle esposizioni verso i singoli paesi al 31 marzo 2010 comunicati dagli istituti di credito al Cebs (Commettee of european banking supervisors)  e quelli raccolti alla stessa data dalla Bri (Banca per i regolamenti internazionali) dimostra che la crisi di fiducia in cui versano i signori del denaro è pienamente meritata.  Come si fa a credere, a questo punto, alla veridicità degli stress test



Il confronto è complicato, scrive Maximilian Cellino sul "Sole-24 Ore",   "…perché non è detto che le cifre riportate ai due diversi organismi siano necessariamente le stesse. Per gli stress test, ad esempio, alcuniistituti avrebbero comunicato i dati dell'esposizione al netto degli strumenti utilizzati per coprire i rischi connessi a tali asset, altri avrebbero escluso dal conteggio quanto detenuto dalle controllate, altri ancora sottratto i titoli in portafoglio riconducibili ad attività di trading di terzi".
Andiamo proprio bene. Ma non è finita. Le banche hanno ribattuto di essersi attenute, nel calcolo dei dati, alle richieste del Cebs, "…e forse – aggiunge Cellino – il problema sta proprio qui: le autorità di vigilanza hanno disegnato una griglia dalle maglie larghe e in queste si sono abilmente inserite le banche". Come dire che la richiesta del controllore era volutamente ambigua per permettere ai controllati di occultare la verità.  Se le cose stessero davvero così, e non è affatto detto che non lo siano, ci sarebbe realmente di che preoccuparsi. Un sistema che non è credibile nemmeno nelle sue funzioni di vigilanza non è più in grado di garantire alcunché.
A proposito di credibilità, il "Fatto quotidiano" di oggi riporta una notizia a firma di Vittorio Malagutti in cui è spiegato con dovizia di particolari come nel regno di Alessandro Profumo, l'UniCredit,  un importante azionista sia stato soccorso con crediti per decine di milioni emessi dalla stessa banca.  Non  parliamo di  un socio qualsiasi, ma di Paolo Biasi, presidente della Fondazione Cariverona,  a sua volta influente azionista di UniCredit. Biasi ha un'azienda di caldaie e radiatori  che naviga in cattive acque e l'UniCredit  fa parte del gruppo di banche che hanno partecipato al piano di salvataggio.  Niente di nuovo sotto il sole.  La vicenda di Biasi fa il paio con quella del finanziere francese Romain Zaleski,  nota creatura del presidente del consiglo di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli. Di casi del genere se ne contano, ormai, a iosa.  Non a caso Guido Rossi ha parlato di conflitto d'interesse "epidemico".
Questa situazione è figlia della nuova legge bancaria, che ha spalancato alle imprese industriali l'azionariato degli istituti nell'illusione che da un socio-imprenditore l'attività creditizia potesse ricevere nuovi impulsi e nuovi stimoli.  I fatti purtroppo dimostrano che, nella maggior parte dei casi, l'imprenditore entra nel capitale di una banca  non solo e non tanto per il rendimento dell'investimento in sé, ma anche e soprattutto  per assicurarsi un canale di credito permanente e stabilire relazioni di potere.