Se le Borse dovessero tracollare – e le premesse di una crisi come quella del 2008 ci sono tutte, come va scrivendo da giorni Walter Riolfi sul Sole-24 Ore – i ricavi delle banche subirebbero un pesante contraccolpo.  Se guardiamo i dati dell'Analisi trimestrale dei bilanci di R&S-Il Sole 24 Ore capiamo perché. 
I primi undici gruppi creditizi italiani (Intesa Sanpaolo, UniCredit, Mediobanca, Banca Mps, Ubi, Banco Popolare, Banca Carige, Credito Valtellinese, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare di Sondrio e Banca Popolare dell'Emilia Romagna o Bper) hanno chiuso il 2009 con un margine di intermediazione complessivo, ovvero con ricavi, di quasi 68 miliardi di euro pari a un incremento del 2,4% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Se ci fermassimo a questo dato, uno sarebbe portato a concludere che nel disastro generale dell'economia italiana le banche in fondo se la passano bene. Se però andiamo a vedere la composizione dei ricavi scopriamo che la realtà dei conti è ben diversa da come ci viene mostrata.
La verità è che il margine d'intermediazione dell'aggregato aumenta, sia pure di poco, solo per effetto degli utili da negoziazione, cioè i profitti realizzati con il trading di titoli azionari e obbligazionari e di titoli di Stato. Questi utili sono aumentati di oltre cinque volte tra il 2008 e il 2009, a 7,3 miliardi di euro.
Al contrario, accusano cali consistenti  gli altri due mestieri tradizionali della banca. Il primo  consiste nel taccogliere il denaro dalla clientela a un certo tasso d'interesse per darlo in prestito a tassi mediamente più elevati. La differenza tra questi due tassi, il cosiddetto margine d'interesse, è arretrata a livello aggregato del 7,5% nei dodici mesi del 2009, scendendo sotto quota 42 miliardi.
Il secondo mestiere consiste nel vendere i prodotti di risparmio gestito, dai fondi comuni d'investimento alle polizze vita. Questa attività genera un forte volume di commissioni che nel 2008 hanno superato i 20 miliardi di euro, mentre nel 2009 hanno sfiorato i 19 con un calo del 5,8 per cento.
Morale: l'incremento dei ricavi degli undici gruppi in questione è collegato ad attività finanziarie più o meno speculative pari a crica l'11% del margine d'intermediazione totale. Queste attività generano utili finché i mercati conmtinuano a crescere. Sono invece destinate a scendere e addirittura ad azzerarsi nella malaugurata ipotesi di un crollo dei mercati. Aggiungiamo a tutto questo il forte aumento delle perdite su crediti, cresciute nel complesso del 74% a fine 2009 a causa della recessione, e abbiamo un quadro molto più realistico dell'effettivo stato delle banche italiane. Non è tutto oro quel che luccica.