"Noi non siamo preoccupati, la nostra situazione è assolutamente solida". Alessandro Profumo dixit.
L'amministratore delegato del più internazionale tra i gruppi bancari italiani interviene sul tema della possibile insufficienza di liquidità da parte del sistema creditizio, preoccupazione che ha provocato una discesa dei corsi azionari. Il primo luglio 2010 sono in scadenza 442,2 miliardi di finanziamenti di lungo periodo concessi dalla Banca cnetrale europea, e c'è forte attesa sui mercati per il timore, alquanto remoto, che qualche istituto dell'Unione non sia in grado di rimborsare il proprio prestito.



Profumo appare tranquillo e parole rassicuranti arrivano anche dal Governatore, secondo il quale  le banche mostrano "capacità di tenuta di fronte agli impatti della crisi finanziaria". Nei primi cinque mesi del 2010 – dice Mario Draghi – la liquidità bancaria in Italia è stata in media sui 740 miliardi di euro, quindi abbondante. Dopo la flessione registratata nel primo semestre del 2009, è ritornata ai livelli alti della fine del 2008.
Draghi però aggiunge un non trascurabile particolare su cui diversi banchieri glissano. E' vero che i grandi gruppi bancari italiani  hanno risposto meglio degli altri alla crisi finanziaria internazionale, ma è anche vero che, come emerge dai rapporti ispettivi della Vigilanza, è in atto un "accentuarsi della rischiosità del credito e una significativa flessione della redditività".
Cosa significano in concreto le parole di Draghi? Abbiamo già visto in precedenti post (che potete leggere alla voce "Banche" di questo blog) che un quinto degli attivi dei primi dieci gruppi italiani, pari a 408 miliardi, è impiegato in strumenti finanziari collegati alle oscillazioni di Borsa: bond pubblici, azioni, quote di fondi e derivati. Abbiamo visto che le stesse banche hanno attività illiquide (prive di mercato e valutate in modo discrezionale) pari al 16% del loro patrimonio netto tangibile. 
Guardiamo ora i dati al 31 marzo 2010 dei crediti deteriorati (incagli, sofferenze e crediti ristrutturati) contenuti nell'Analisi trimestrale di bilancio di R&S-Il Sole 24 Ore. I primi undici gruppi bancari – Banca Carige, Banca Mps, Banca Popolare dell'Emilia Romagna (Bper), Banca Popolare di Milano, Banca Popolare di Sondrio, Banco Popolare, Credito Valtellinese, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Ubi Banca e UniCredit – hanno chiuso il primo trimestre dell'anno con crediti deteriorati per un totale di 87,4 miliardi, pari in media al 6% dei crediti complessivi alla clientela (contro il 5,8%  del 31 dicembre 2009) e al 46,5% del capitale netto dell'aggregato (contro il 46,6% dell'anno prima).
Il più alto stock di crediti deteriorati appartiene al gruppo UniCredit (32,1 miliardi, pari al 5,7% del crediti alla clientela e al 46,8% del capitale netto). Al secondo posto troviamo Intesa Sanpaolo con oltre 21 miliardi (il  5,7% dei crediti alla clientela e  e il 38,7% del capitale netto), e al terzo Mps con 10,6% (pari il 7% dei crediti alla clientela e al 61% del capitale netto).
Il gruppo che sta peggio di tutti è comunque il Banco Popolare, per il quale il 10,5% dei crediti totali alla clientela, oltre 10 miliardi di euro, è costituito da crediti deteriorati. Non solo: questi ultimi rappresentano l'83% del capitale netto, il doppio della media del campione. Mostrano dati superiori alla media anche Mps (Monte dei Paschi) e Bper. I crediti deteriorati del gruppo senese, 10,6 miliardi, rappresentano  il 7% di quelli totali alla clientela e il 61% del capitale netto, mentre quelli del gruppo emiliano, pari a 3,3 miliardi, superano di poco il 7% di quelli totali alla clientela e incidono sul capitale netto per il 77 per cento.
I bilanci delle banche sono in sostanza esposti a elementi di fragilità dipendenti dalla situazione economica. E  la ripresa, come ha ribadito Draghi qualche mese fa, è disomogenea e debole ovunque ion Europa.