Gianni Simoni e Giuliano Turone sono due ex magistrati, coautori di un recente saggio, "Il Caffè di Sindona", edito da Garzanti, che leggevo per caso proprio mentre il senatore a vita Giulio Andreotti faceva la sua, a dir poco infelice, sparata televisiva su Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della Banca Privata ucciso a Milano nel 1979 per ordine del bancarottiere nativo di Patti. Simoni sostenne l'accusa  nel processo d'appello per l'omicidio Ambrosoli, mentre Turone con Gherardo Colombo condussero l'inchiesta, nel corso della quale furono scoperti gli elenchi della loggia massonica P2 di Licio Gelli. Peraltro lo stesso Simoni guidò le indagini sulla strana morte di Sindona, deceduto dopo la sentenza di ergastolo nel carcere di Voghera per aver bevuto un caffè alla stricnina alla maniera di Gaspare Pisciotta. Siamo dunque di fronte a testimoni d'eccezione. Ed ecco cosa scrivono di Andreotti.

Cominciamo dalla "lista dei 500", che conteneva i nomi di 500 soggetti di nazionalità italiana che avevano esportato capitali all'estero in modo illecito servendosi della Finabank, una delle società dell'impero Sindona, e che erano stati illegalmente rimborsati prima che fosse dichiarato lo stato d'insolvenza della Banca Privata Italiana.
"Come ricorda la sentenza palermitana sul caso Andreotti – annotano Simoni e Turone – nella lista figuravano anche persone collegate a partiti politici, tra cui la Democrazia cristiana e segnatamente la corrente andreottiana. Il possesso di tale documentazione (e l'ipotesi della sua pubblicazione) costituiva un importante strumento di ricatto nei confronti degli interessati – e degli ambienti politici di riferimento -, per indurli a corrispondere a Sindona favori o denaro. Questo, oltre a ridargli ossigeno, gli avrebbe anche consentito di saldare il debito che aveva pericolosamente accumulato nei confroni degli esponenti di Cosa Nostra".
Sindona, infatti, tramite le sue banche, si era prestato a riciclare per conto di Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e John Gambino i proventi derivanti alla mafia dai traffici internazionali di stupefacenti. Il denanro era stato investito in finanziarie, immobili e alberghi della Florida e dell'isola di Aruba.
E ancora: "Nel marzo 1971, in società con il neodirettore generale del Banco Ambrosiano Roberto Calvi e con lo Ior, Sindona fonda nelle Bahamas, a Nassau, un'altra banca, la Cisalpine Overseas Bank. E' un'altra manifestazione della sua potenza, ottenuta soprattutto grazie agli eccezionali legami che poteva vantare: con il Vaticano, con Marcinkus e addirittura con il pontefice; con la Democrazia cristiana e personalmente con Giulio Andreotti…".
Non solo: "Nel dicembre 1973 Sindona organizza al'Hotel St. Regis di New York un ricevimento in onore di Giulio Andreotti, che ha da poco concluso il suo primo mandato di presidente del Consiglio. Tra gli eterogenei commensali siedono molti banchieri americani. Andreotti, tra gli applausi generali, salutò in Sindona il 'salvatore della lira'"". 
Con questi ricevimenti se l'è proprio andata a cercare, Andreotti. Quello organizzato dai cugini Salvo in Sicilia, a cui si trovò a partecipare "per caso", gli fu contestato dalla Procura di Palermo come prova del suo legame con i noti esatttori, mafiosi, di Salemi.
Il "salvatore della lira" aveva cercato di mettere in piedi, a New York, un consorzio internazionale di banche che avrebbe dovuto speculare al ribasso sulla moneta italiana. Quando l'operazione apparve impraticabile, Sindona molto furbescamente passò la "soffiata" al governo per guadagnarsi un credito, consentendogli di correre ai ripari.
C'è poi la storia della nomina di Mario Barone, uomo legatissimo ad Andreotti e tuttora rintracciabile a Roma, ad aministratore delegato del Banco di Roma (che con il Credit e la Comit era una delle tre banche d'interesse nazionale, a maggioranza Iri).  La nomina di Barone coincise con il versamento di una tangente di 2 miliardi di lire alla Dc da parte delle banche sindoniane (peraltro un altro andreottiano molto attivo sulla piazza romana è l'ex piduista Luigi Bisignani). Subito dopo la sua investitura, Barone come responsabile del settore esteri del Banco appose la sua firma a un prestito di 100 milioni di dollari che l'istituto erogò a Sindona attraverso la filiale di Nassau.
Massimo Teodori, autore della relazione di minoranza della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Sindona, evidenziò che Barone era stato nominato terzo amministratore delegato del Banco con il patrocinio di Sindona e l'appoggio politico di Giulio Andreotti.
Il medesimo Andreotti si adoperò per impedire che Sindona fosse estradato dagli Usa in Italia. Il bancarottiere, infatti, cercava di spacciarsi come perseguitato politico.  L'11 novembre 1981 la Commissione parlamentare d'inchiesta ascoltò  il senatore, il quale ammise di aver conosciuto Sindona nel 1960 e di averlo visto a New York in occasione del famoso ricevimento al St. Regis. Sulla base di altre testimonianze, la stessa Commissione appurò che Andreotti aveva ricevuto due esponenti della comunità italo-americana ai quali aveva assicurato il suo interessamento per quanto riguardava l'estradizione di Sindona.  Il Tribunale di Palermo ha osservato, durante il processo contro Adreotti, che l'ex presidente del Consiglio incontrò Sindona a Washington, tra il 1976 e il 1977, nel periodo in cui questi era latitante. E' inoltre provato, scrivono i due ex magistrati, che  Andreotti incaricò l'allora ministro del Lavoro, Gaetano Stammati, anch'egli Dc, di studiare un piano di salvatggio dell'impero Sindona. Stammati, il cui nome comparirà accanto a quello di Sindona negli elenchi della P2, era stato utilizzato nel 1972 per dare il benservito all'ormai anziano Raffaele Mattioli alla presidenza della Comit. La sua scelta lasciò però insoddisfatto Sindona, il quale fece sapere ad Andreotti che sarebbe stato meglio affidare il coordinamento del salvataggio a Franco Evangelisti, braccio destro del senatore a vita.
Ambrosoli era consapevole che avrebbe pagato a caro prezzo l'incarico di liquidatore, aveva capito subito contro quali poteri stava andando a scontrarsi, ma non arretrò mai di un passo, non accettò alcun compromesso, non chiuse gli occhi di fronte a niente e a nessuno, non si lasciò mai intimidire dalle minacce di Sindona.  Questo "eroe borghese" merita la nostra gratitudine e il nostro rispetto. Ognuno ha gli eroi che si merita.  (Per saperne di più su Michele Sindona clicca qui).