La città che nel dicembre 2003 assistette disorientata al crack Parmalat, da qualche settimana è ritornata a fibrillare. Stavolta, però, i problemi non arrivano da Collecchio, il paese in cui ha sede il gruppo fondato (e affondato) da Calisto Tanzi. I timori arrivano da Parma, dal vetusto edificio di Piazza Garibaldi che ospita il municipio. (Questo articolo è stato pubblicato dal Sole-24 Ore del 17 aprile 2011) 


La principale preoccupazione della giunta di centro-destra, guidata dal sindaco Pietro Vignali, sono i conti del Comune. O meglio l’indebitamento delle sue partecipate, di cui risponde in solido l’amministrazione comunale. La società di revisione Kpmg lo ha valutato in 320 milioni al 31 dicembre 2009, 262 dei quali verso le banche, ma la stima per il 2011 è di 500 milioni, un dato davvero preoccupante. L’opposizione di centro-sinistra ritiene che l’ente locale rischi il dissesto. E rilievi particolarmente critici sono emersi da una delibera della Corte dei conti dell’Emilia Romagna depositata il 7 aprile. La magistratura contabile, che sulla vicenda ha peraltro in corso una propria attività istruttoria, segnala l’esistenza di «gravi irregolarità» nel bilancio preventivo del 2010 dovute al fatto che il documento «non risulta redatto in conformità ai principi di sana e prudente gestione finanziaria e di veridicità ed attendibilità delle scritture contabili». L’origine di queste irregolarità è nei contratti che regolano i rapporti tra l’amministrazione parmigiana e le società da essa partecipate. Per aggirare i vincoli di finanza pubblica, ossia i tetti di spesa fissati con il patto di stabilità, la giunta ha infatti venduto i beni del Comune a società per azioni per la maggior parte interamente possedute dallo stesso ente locale, facendole indebitare verso le banche e garantendone tutte le obbligazioni, quindi anche i debiti, con delle lettere di patronage. Il Comune ha in altre parole venduto i suoi beni a se stesso, iscrivendo a bilancio – osserva la Corte dei conti – plusvalenze patrimoniali «attraverso alienazioni cosiddette infragruppo, cioè cessione a titolo oneroso di patrimonio comunale a società partecipate/controllate dall’ente medesimo». Le lettere di patronage – chiosa la Corte – sono strumenti atipici di derivazione anglosassone (una sorta di fidejussione) che determinano un rapporto di garanzia improprio tra il patronnant e il creditore. Ciò in altre parole significa che, in caso d’insolvenza di una o più società partecipate, il Comune di Parma ne risponderebbe in tutto e per tutto. Rientrano per esempio in questa casistica le lettere rilasciate dal Comune a favore della Banca Monte Parma per un mutuo ipotecario ventennale di 2,64 milioni erogato a It City nel dicembre 2009 e per un finanziamento di 14,5 milioni erogato a Parma Infrastrutture nel settembre 2006. I maggiori rischi gravano su Stt, Società di trasformazione del territorio, una holding costituita nel 2009 per raggruppare e coordinare, all’interno un unico centro di potere, tutte le società comunali costituite per la realizzazione di grandi opere di riqualificazione del territorio. Kpmg scrive nel suo rapporto che il 60% dell’indebitamento totale delle partecipate, vale a dire 192 milioni su 320 certificati nel 2009, è riconducibile in prevalenza proprio alle società facenti capo a Stt, tra cui in modo particolare Spip, Stu Stazione, Pasubio e Alfa. Spip (Società parmense per gli insediamenti produttivi), che vende aree attrezzate per la localizzazione delle imprese, ha un’elevata esposizione finanziaria, «mostra una situazione di sottocapitalizzazione», scrive Kpmg, e un interest coverage ratio, cioè un livello di sostenibilità dell’indebitamento, largamente insufficiente. L’interest coverage ratio indica la capacità di generare risorse a copertura del costo dell’indebitamento. Stu stazione, che ha in carico i lavori di ristrutturazione della stazione ferroviaria di Parma, ha circa 75 milioni di debiti, di cui 48 verso banche, e un livello di sostenibilità del debito definito critico. Altri 50 milioni di indebitamento, di cui 28 verso banche, si trovano nella Pasubio, costituita per il recupero e la valorizzazione di un’area industriale dismessa e degradata di Parma. Anche questa società ha un tasso di sostenibilità dell’indebitamento largamente insufficiente. Ed è a sua volta sottocapitalizzata Alfa, la Spa preposta al piano di ristrutturazione del quadrante nord-ovest di Parma. Essa è molto indebitata verso Banca Monte e utilizza anche un finanziamento infruttifero erogatole dalla controllante. La situazione del gruppo Stt appare in sostanza la più compromessa sul piano finanziario. Non a caso il sindaco ha chiamato alla presidenza della holding, nel dicembre 2010, Massimo Varazzani, l’avvocato parmigiano ex amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, nominato anche commissario per la gestione del debito del Comune di Roma. E commissariale è apparsa fin dal primo momento la sua presenza in Stt, il cui tracollo farebbe colare a picco i conti del Comune e di conseguenza la giunta Vignali. Varazzani sta adoperandosi per ottenere consistenti dilazioni di pagamento dai creditori e far sì che le banche, spaventate dalla bufera politico-giudiziaria abbattutasi sul Comune, riaprano i rubinetti del credito. Ma la sua è una corsa contro il tempo. Sono infatti all’opera già da mesi il nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza e la Procura di Parma. E gira voce che l’inchiesta possa compiere a breve un salto di qualità.