Alessandro Profumo, questo campione di banchiere che il mondo ci invidia e che la coppia Gentiloni-Renzi ha sistemato di recente a capo di Leonardo-Finmeccanica, deve essere rinviato a giudizio dalla Procura di Milano per aggiotaggio e falso in bilancio per la sua condotta al Monte dei Paschi. Profumo fu piazzato al vertice del gruppo senese, nel marzo 2012, con il gradimento del Pd, per cercare di turare la falla patrimoniale e reputazionale che era stata aperta nella banca dalla sciagurata gestione Mussari.  La sua imputazione coatta, decisa dal giudice per le indagini preliminari Livio Cristofano, sconfessa sia la Procura della Repubblica guidata da Francesco Greco, che ne aveva chiesto l’archiviazione, sia le scelte di Matteo Renzi (attuate dal governo Gentiloni) in fatto di nomina di amministratori di società di Stato.

Al segretario del Pd che sogna il ritorno a Palazzo Chigi con il sostegno di Berlusconi hanno “azzoppato”, uno dopo l’altro, prima il neoconfermato amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, suo pupillo, imputato di corruzione internazionale nella vicenda del giacimento nigeriano Opl 245, e ora anche il neonominato presidente di Leonardo, sul quale pende già un altro rinvio a giudizio per una vicenda di tassi usurari.

Profumo ostenta calma e tranquillità, dice di avere svolto bene il proprio lavoro e di avere fiducia nella giustizia. Intanto però il giudice contesta a lui e ad altri ex manager e sindaci di Mps, tra cui l’ex amministratore delegato Fabrizio Viola, di avere scorrettamente appostato nei bilanci dal 2011 al 2014 i derivati “Alexandria” e “Santorini” che erano stati utilizzati nell’era Mussari per nascondere le perdite dell’acquisizione di Antonveneta.

Anche se fino a prova contraria chiunque è innocente, il danno d’immagine per Profumo è fin troppo evidente. A lui va ascritto il merito di avere riorganizzato l’UniCredit a partire dalla metà degli anni Novanta, facendone un gruppo innovativo nei rapporti con i clienti e nell’uso delle tecnologie informatiche. Profumo proseguì l’opera che era stata avviata da Lucio Rondelli, il banchiere che aveva lavorato gomito a gomito con Enrico Cuccia, il cui contributo è stato determinante per la crescita e la trasformazione dell’ex Credito Italiano in banca di rilievo europeo. Un manager come Profumo proveniente da McKinsey, la principale società al mondo di consulenza direzionale, era la persona più adatta a integrare in un unico gruppo bancario i differenti istituti (Credito Romagnolo, Cassa di risparmio di Modena, Banca del Monte di Bologna e Ravenna, Banca Popolare del Molise, Cassa di risparmio di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona, Cassa di risparmio di Torino e Cassamarca) dalla cui amalgama è nato prima l’Unicredito Italiano e poi l’UniCredit.

Fino a un certo punto si tenne lontano dalla politica e dai giochi di potere dell’establishment, dando di sé l’immagine di un manager diverso, moderno. Era andato a votare per Romano Prodi alle primarie dei democratici, ma quella scelta rientrava nelle sue libertà di cittadino, anche se da allora UniCredit cominciò a essere considerata con Banca Intesa una delle colonne portanti del centro-sinistra.

Poi, morto Cuccia, esplosero i conflitti per il controllo di Mediobanca (di cui UniCredit è azionista ancora oggi con l’8,56% in un patto di sindacato che riunisce anche i gruppi Bolloré e Mediolanum) e per spingere alle dimissioni Vincenzo Maranghi, che dell’istituto di Via Filodrammatici era l’amministratore delegato, Profumo si schierò con la vecchia guardia: il presidente di Capitalia Cesare Geronzi e il governatore di Banca d’Italia Antonio Fazio.

Da quel momento cominciò a cambiare. Come scrisse il direttore del “Sole 24 Ore” Ferruccio de Bortoli in una lettera di risposta del 2007 a UniCredit, che aveva attaccato pubblicamente il giornale per un mio articolo su Parmalat rimasto indigesto alla banca, “ci resta, amaro, l’interrogativo se il Profumo b.C. (before Capitalia) avrebbe detto le stesse cose del Profumo a.C. (after Capitalia)”.  Era infatti in corso proprio in quel periodo la fusione tra UniCredit e Capitalia: una mossa avvenuta con il benestare di Mario Draghi (successore di Fazio alla guida di Banca d’Italia) che aveva suscitato sconcerto tra quanti avevano visto in Profumo l’innovatore del sistema bancario. Il banchiere apparentemente più distante da Geronzi per cultura, età, modo di pensare si era prestato a salvare Capitalia, con quale vantaggio per gli azionisti di UniCredit non si sa. Il gruppo bancario nato sotto l’ala protettiva di Giulio Andreotti, esposto verso i palazzinari romani, verso la borghesia “nera” vaticana, verso bancarottieri come Cragnotti e Tanzi, che aveva una massa consistente di sofferenze e incagli, presieduto dall’uomo più chiacchierato e potente che era andato in soccorso dei partiti e di Berlusconi, veniva fuso in UniCredit senza nemmeno una due diligence. Non solo veniva salvata la banca, ma veniva premiato Geronzi, prima con la sua elezione a presidente di Mediobanca, poi con quella a presidente di Generali, da cui sarà costretto a dimettersi nell’aprile 2011 dopo essere stato condannato per i crack Cirio e Parmalat.

Capitalia non c’entrava niente col progetto di banca transnazionale che aveva indotto Profumo ad acquisire, a metà 2005, la tedesca HypoVereinsbank. L’acquisizione di un grande gruppo creditizio presente in Germania, Austria e nell’ex Europa dell’Est aveva catapultato UniCredit nel mercato bancario internazionale, anche se ne aveva fatto una banca fragile per la massa di crediti deteriorati che HypoVereins gli portava in dote. L’acquisizione di Capitalia seguiva invece logiche di potere: toglieva le castagne dal fuoco a Bankitaia, colpevole di aver lasciato crescere impunemente un bubbone di queste dimensioni, e disperdeva le tracce delle operazioni più scottanti che avrebbero potuto coinvolgere esponenti di primo piano della classe dirigente.

Oggi tutto questo è un pallido ricordo. Profumo non fa più il banchiere: presiede un gruppo industriale a partecipazione statale che opera negli armamenti, nella sicurezza e nell’aerospazio. I problemi sono emersi con la grande crisi del 2008, quando l’UniCredit ha cominciato ad avere bisogno di interventi di ripatrimonializzazione e di poderosi aumenti di capitale. L’ultimo, nel gennaio 2017, per 13 miliardi.