Calisto Tanzi (nella foto subito dopo dopo l’arresto) e l’ex direttore finanziario della Parmalat Fausto Tonna sono geni del male. La recente assoluzione di Deutsche Bank e di Morgan Stanley dall’accusa di concorso nella bancarotta fraudolenta della Parmalat fuga ogni residuo dubbio. A determinare una voragine da 14 miliardi di euro, il più grande dissesto della storia industriale europea, furono infatti il pio imprenditore di Collecchio, tutto casa e chiesa, e il suo rude braccio destro con la complicità degli amministratori, dei sindaci e delle società di revisione. Le banche – poverine – furono tratte in inganno al pari dei risparmiatori. I banchieri non ne sapevano nulla (a parte il vertice dell’allora Banca di Roma, condannato per un episodio minore). Le autorità di vigilanza furono raggirate.

Questa sarà, forse, la verità giudiziaria, ammesso che possa considerarsi giustizia un verdetto di primo grado a distanza di quasi quattordici anni dal crack. Ma la storia è il complesso delle azioni umane avvenute nel corso del tempo, non coincide con la verità giudiziaria, e la storia dimostra come il sostegno finanziario delle grandi banche nazionali e internazionali sia stato determinante per la sopravvivenza della vecchia Parmalat. Senza il loro aiuto, le aziende della famiglia Tanzi sarebbero fallite dieci anni prima.

Forse le banche non commisero dolo, anche se i dubbi in molti casi restano. Forse non agirono intenzionalmente per coprire Tanzi. Forse non sapevano che i 4 miliardi di liquidità appostati in una società delle Cayman erano inesistenti. Sta di fatto che i più blasonati gruppi mondiali del credito progettarono e realizzarono, in cambio di commissioni per svariati miliardi, i veicoli e le alchimie finanziarie che permisero la falsificazione dei conti della Parmalat. Operazioni di debito furono riportante nel bilancio della Parmalat come operazioni di capitale, per sviare gli investitori: per dare in pasto ai mercati una falsa rappresentazione dei risultati e dello stato patrimoniale del gruppo.

Le banche, inoltre, organizzarono e collocarono al pubblico prestiti obbligazionari per miliardi di euro che finirono nei portafogli dei piccoli risparmiatori. E non so se debba preoccupare di più il fatto che abbiano potuto agire coscientemente, per dare man forte ai bancarottieri, o che non abbiano avuto sentore dell’effettivo rischio di credito della Parmalat nonostante l’assurdità di certe poste di bilancio e i campanelli d’allarme che erano squillati nel corso degli anni.
Forse non è vero che le banche non potevano non sapere; i reati non debbono essere provati con i teoremi. Ma che avessero agito colpevolmente nei confronti della Parmalat è fuori di dubbio. Le azioni civili di risarcimento – cui aderirono tutti i gruppi creditizi, ad eccezione di Citigroup, su cui è tuttora pendente una causa a Milano – fruttarono alla nuova Parmalat, successivamente scalata dalla francese Lactalis, oltre 2 miliardi di euro e rappresentano un’esplicita ammissione di responsabilità. E il confine tra colpa e dolo rischia di essere labile in un paese in cui la giustizia non è uguale per tutti e meno che mai per alcuni. Soprattutto quando si dispone di stuoli di avvocati e di convincenti armi di pressione e di lobbying.