Confindustria è ormai una leva nelle mani del governo e della politica. La presenza tra i suoi soci delle più grandi imprese di Stato ne condiziona l’operato.

Se le aziende pubbliche associate, su pressione del governo, non versassero più le quote di iscrizione a Confindustria, certe associazioni territoriali si troverebbero finanziariamente strangolate. Il peso di società come Enel, Eni e Ferrovie è schiacciante in certe Confindustrie del Sud. La più grande associazione datoriale – 150mila imprese associate con quasi 5 milioni e mezzo di occupati – rischia di diventare una cassa di risonanza del governo. E di perdere di vista i problemi concreti delle aziende manifatturiere, soprattutto delle piccole e medie imprese, che formano la base di Confindustria. La Confederazione romana di viale dell’Astronomia appare sempre più lontana dalla realtà industriale del paese. E in questo momento è alle prese con la crisi finanziaria del “Sole 24 Ore”, che dovrà essere ricapitalizzato. Al suo vertice siedono confindustriali di professione che fanno un uso personale della sua rete di relazioni. Molte aziende, non sentendosi più rappresentate da Confindustria, hanno abbandonato l’associazione. Intanto Assolombarda, la più grande associazione territoriale, si avvia al rinnovo del presidente

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